Mentre attraversiamo le vie di Milano, spesso di corsa per qualche appuntamento, quasi non ci rendiamo conto di dove siamo; ma quando decidiamo di fermarci un attimo o alzare gli occhi dal nostro smartphone ci accorgiamo in che magnifica città viviamo e quanti segreti bellissimi nasconde. Uno dei miei preferiti è sicuramente lo stile Liberty o Art Nouveau. Non è caratteristico né particolarmente diffuso in questa metropoli, ma sapendo dove cercare, troverete tantissime tracce di questo Stile.

Qualche giorno fa, poco prima di partire per Roma, ho deciso di godermi fino in fondo quella che da un anno a questa parte è la mia nuova casa, Milano. Così sono uscita per una passeggiata rilassante col naso all’insù tra i palazzi dell’Art Nouveau milanese.

La zona prescelta per il mio giro è piuttosto ristretta, perché conduce da Porta Venezia a Largo Marinai d’Italia. È da quest’ultimo luogo che vi consiglio di partire per il “Tour Art Nouveau milanese”. Proprio all’interno del parco Vittorio Formentano infatti, si trova una stupenda Palazzina Liberty dei primi anni del Novecento: è sviluppata su un unico piano ed è facile notare come sia un Liberty già molto regolato dall’architettura razionalista che con il suo stile austero cerca di riportare all’ordine classico quell’arte leziosa e sfarzosa. Infatti spicca la convivenza tra l’austerità delle colonne e dei grandi spazi squadrati, con i vezzi ornamentali che ancora resistono impreziosendo i dettagli di capitelli e fregi.

Dopo aver goduto del verde del parco sia da dentro la palazzina, attraverso le grandi vetrate romantiche, che fuori, proseguiamo sulla circonvallazione (prendendo Via dei Mille) ad un certo punto incrociamo Via Melloni, una via che nasconde ben due palazzi in questo magico stile: Casa Gattermayer (al civico 24) e Casa Marelli (al 37). Costruite entrambe intorno al 1907, sono caratterizzate da un bel rosso vivace, dato da alcune parti in mattone e altre dipinte e decorate a fiori, queste ultime le troviamo solo nella Gattermayer. Nel secondo caso infatti la facciata è piuttosto semplice, ma in realtà nel progetto originale era presente sotto il cornicione una fascia dipinta con un bellissimo fregio floreale.

Continuando la nostra passeggiata verso il centro, ci troveremo davanti a uno dei più maestosi ingressi di tutta Milano: al numero 11 di via Bellini infatti, è locata Casa Campanini, che prende il nome dall’architetto Campanini, affascinato dall’Art Nouveau, che progettò appositamente per la sua famiglia. Oltre alla facciata in sé, ricca di foglie e fiori tra ferro battuto e cemento, la cosa che lascia più attoniti è l’incantevole cancello, anch’esso in ferro battuto, ai cui lati troviamo due straordinarie e colossali sirene. Queste due splendide creature invitano a entrare in un atrio maestoso e straripante di colori, grazie ad affreschi botanici e vetri policromi. Un ingresso che incanta al solo passaggio.

A questo punto vi invito a girare a destra per incontrare una via piccolissima dietro Corso Venezia: via Cappuccini. Praticamente di fronte alla villa dei fenicotteri (per chi non la conoscesse si chiama Villa Invernizzi e consiglio vivamente di andare a sbirciare tra la siepe per vederli) si trova Palazzo Berri-Meregalli, progettato e realizzato tra il 1911 e 15 da Giulio Arata. È d’angolo tra via Cappuccini e via Vivaio (da dove siamo arrivate se avete seguito i miei passi) ed è uno dei più forti esempi di come il Liberty sia stato influenzato da altri stili. Infatti guardando questo magistrale palazzo abbiamo un fortissimo richiamo all’architettura neogotica, data dal bugnato ruvido, dallo sviluppo pericolosamente verticale e dai colori cupi; mentre l’interno, decorato a mosaici, rimanda allo stile bizantino.

Ora che siamo ormai in Corso Venezia, seguitemi fino al civico 47 e vi troverete davanti al primo esempio di palazzo Liberty a Milano: Palazzo Castiglioni. Anche qui troviamo la base in bugnato, ma le decorazioni floreali che abbracciano ogni finestra sono in stucco, e riprendono lo stile Settecentesco. Il committente, Castiglioni appunto, desiderava un palazzo che non solo si distinguesse, sfidando quelli neoclassici risalenti alla nobiltà del Settecento, ma che colpisse chiunque gli passasse anche semplicemente davanti. Come fece? Commissionò due maestose statue ai lati dell’ingresso, oltre ai puttini su tutte le finestre del secondo piano. Le prime purtroppo furono rimosse, portate in Buonarrotti 48 e sostituite da un bassorilievo.

Avviamoci poi verso i bastioni di Porta Venezia e, una volta in Corso Buenos Aires, giriamo subito a destra in via Oberdan, verso via Malpighi. Qui troviamo, al civico 3 e 12, rispettivamente Casa Galimberti e Guazzoni. Quest’ultima si mostra con un’alta facciata di cinque piani, molto semplice nella struttura ma caratteristica e vistosa nelle ricchissime decorazioni: bassorilievi di viticci e foglie, statue rappresentate nell’immenso sforzo di sorreggere i balconi, splendidamente arricchiti da colonne e ornamenti in ferro battuto. Ma il fiore all’occhiello dell’Art Nouveau a Milano è senz’altro Casa Galimberti. Come la precedente ha degli imponenti balconi in cemento e ferro battuto intrecciato, ma la particolarità davvero unica e originale di questo palazzo è data dalle coloratissime maioliche, con rappresentazioni veristiche ai due lati di ogni balcone. Scene bucoliche, bellissime donne tra pastori e alberi frondosi. Assolutamente incantevole, rimarrei a guardarlo per ore per coglierne ogni volta dettagli nuovi.

Se poi ci giriamo leggermente, fino a incrociare via Melzo, troveremo una bellissima palazzina anticipata da una piccola piazzetta. È l’ex cinema Dumont, ora Biblioteca Venezia, da poco vincolato dalla Sovrintendenza dei Beni Culturali almeno nella facciata, che hanno cercato più e più volte di demolire. È uno dei primi edifici in Italia costruiti per l’apposita funzione di trasmettere film, il nome stesso fu scelto per dare un tocco esotico e francese, che ben si sposasse con lo stile floreale della facciata, decorata a ghirlande e riccioli di foglie, e sormontata da una maschera, a richiamare il teatro antico.

Il nostro affascinante giro finisce in via Pisacane, molto vicina alle altre, in cui troviamo gli ultimi due palazzi Liberty della zona: al numero 16 abbiamo un’ampia facciata ricca di finestre decorate con archetti fiorati ed elaborate strutture. Il penultimo piano presenta una balconata continua in ferro battuto, intrecciato a disegni geometrici e floreali e l’ultimo piano alterna finestre e capitelli formati da maestosi fiori. Molto scenografico. Se proseguiamo fino al numero 12 rimaniamo ancora una volta incantati da come questo stile riesca a essere caratteristico eppur diverso a seconda del palazzo in cui si esprime. In questo caso lo vediamo negli incantevoli dipinti dell’ultimo piano, nelle mostre così voluttuose e articolate e nell’incredibile lavoro in ferro battuto che orna tutti i balconi. Pur essendo un palazzo imponente, come la Palazzina Liberty, nostra prima tappa, riesce a conciliare austerità e grazia: un matrimonio perfettamente equilibrato.

Come ultima deliziosa tappa, per riflettere sulle meraviglie viste rifocillando corpo e spirito, vi porto a prendere caffè al LùBar. Un giardino d’inverno perfettamente in stile bell’epoque vi accoglierà insieme alla statua della padrona di casa: Anna, una donna di fine ottocento il cui ornamento funebre, voluto dal devoto marito, composto da armoniosi bassorilievi di pietra bianca, vi attende in mezzo al verde lussureggiante, il ferro battuto e i cuscini di velluto. Estremamente piacevole.

Dopo un periodo costretti in casa ho sentito il bisogno di condividere con voi quanto sia fondamentale godere di ogni momento e vivere attivamente ogni passo che facciamo. Questo è il mio modo per far sì che il tragitto non sia solo uno spostamento, ma un insieme di momenti importanti per la nostra vita e i nostri ricordi, tanto quanto l’arrivo. Quindi vi auguro di danzare per la vostra città, con l’eleganza di Audrey Hepburn e la curiosità di una bambina, per scoprire lo stile floreale che è dentro di voi.

Alla prossima passeggiata col naso all’insù, sempre con Stile.

Viviana Grunert



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